È da tempo che volevo scrivere questo articolo, ma c’era sempre qualcosa che mi tratteneva, una voce dentro di me che si domandava: “ma chi sono io, per mettermi a sparare sentenze su un argomento così vasto e delicato?”.
Poi, come spesso accade, arriva il momento che non puoi più tirarti indietro, che la vita ti mette davanti a situazioni in cui realizzi che è giunto il momento. E così è stato. Giusto ieri ho vissuto una di quelle notti memorabili – mi trovo nella selva peruviana nei dintorni di Iquitos, la “mecca” dell’ayahuasca e del “turismo esoterico” – che mi hanno fatto capire che non potevo più rimandare. E no, non è stata una notte memorabile perché ho assunto la bevanda e ho parlato con Dio, stavolta assistevo da fuori, e quello che ho visto è stato così disturbante da riuscire a mettere a tacere quella voce.
E allora iniziamo proprio da lì: chi sono io?
Io sono una persona che beve ayahuasca dal 2004, un tempo in cui davvero pochi ne avevano mai sentito parlare, e che ha attraversato, in oltre vent’anni di esperienza, molti dei cammini e degli scenari all’interno dei quali si assume questo rimedio vegetale.
Nel mio peregrinare ho partecipato a cerimonie in stile new age, dove oltre sessanta partecipanti bevevano la medicina accompagnati da musica registrata; ho bevuto ayahuasca nei setting delle chiese sincretiche di origine brasiliana, dove l’ayahuasca è chiamata Santo Daime e considerata un sacramento; ho condiviso lo spazio con sciamani peruviani, taita ecuadoriani e pajé brasiliani; con facilitatori europei, più o meno esperti; con veri curanderi indigeni e con autentici brujos (o maghi neri che dir si voglia).
Ho seguito corsi e letto libri, sull’integrazione dell’esperienza, sulla filosofia psichedelica e sulle caratteristiche chimiche e fisiologiche dell’alterazione indotta dal DMT; ho scritto una tesi di laurea sul tema e pubblicato un romanzo autobiografico che racconta la mia esperienza; ho partecipato a conferenze e redatto insieme ad altri volontari la prima bozza di un codice deontologico per facilitatori ayahuasqueri.
Ho collaborato con organizzazioni internazionali che si battono per il corretto uso degli enteogeni e la loro integrazione nella società moderna ma, più di ogni altra cosa, ho portato a termine un apprendistato sciamanico con la tribù indigena degli shipibo e appreso la loro maestria ancestrale nel maneggio di questa potente medicina.
Da questa prospettiva, da questa lunga vita dedicata all’ayahuasca – e per il tipo particolare di carattere che mi ritrovo, che non mi ha mai permesso di lanciarmi in niente senza essermi prima messa alla prova in ogni modo possibile e immaginabile – purtroppo non posso proprio dire lo stesso della maggior parte delle persone che oggi vedo lavorare con l’ayahuasca e tutti gli altri rimedi che le girano attorno.
Un mondo di improvvisati
La maggior parte delle persone che operano in questo campo si improvvisano; sì, anche quelli che millantano lunghi apprendistati e soggiorni presso i popoli originari. Molto pochi sanno cosa significa realmente apprendere il maneggio di questa potente medicina e diventano imprenditori dello spirito dopo aver fatto due o tre anni di cerimonie, quando va bene, credendo che sia abbastanza. Fossero anche cinque, non sarebbero comunque sufficienti, poiché l’ayahuasca ha un modo di operare talmente sottile, nel suo essere atomica e dirompente, che sono necessari molti anni sotto la guida di persone esperte – e che abbiano realmente voglia di insegnarti – per capirne davvero il potenziale.
Invece, di fatto, tutte queste persone improvvisate sono poco più che degli psiconauti che continuano a fare le loro sperimentazioni sulla pelle degli altri, malgrado tutta la buona volontà e la buona fede che possano metterci.
Non è per gusto che nelle culture indigene il minimo degli anni necessari al compimento di un apprendistato vanno da sette a dieci; prima di poter sedere alla guida di una cerimonia di ayahuasca, l’apprendista deve sedere con il proprio maestro in molte cerimonie, e ricevere da lui la benedizione ad operare da solo. E questi gliela conferisce solo una volta accertatosi delle sue competenze.
Mentre noi invece arriviamo, mettiamo il piede dentro un mondo che non conosciamo e, dall’alto della nostra arroganza, crediamo di aver capito tutto e più di loro; perché noi siamo quelli civilizzati, perché noi abbiamo la scienza, perché noi abbiamo la tecnologia e siamo più intelligenti. Ma quando si tratta di ayahuasca essere intelligenti nel senso razionale del termine non serve a molto.
Dall’altra parte però innalziamo al ruolo di maestri e di guide spirituali questi indigeni che hanno la conoscenza delle piante maestre, attribuendogli qualità che spesso non hanno, proiettando su di loro i nostri miti e le nostre illusioni salvifiche, in una sorta di schizofrenia che ci vede sempre perdenti, perché incapaci di accettare la realtà così com’è, senza adattarla ai nostri bisogni e alle nostre fantasie.
Cinque miti da sfatare
A causa di questo nostro modo erroneo di approcciarci ai popoli della foresta si sono consolidati nel tempo alcuni miti, legati al mondo dell’ayahuasca, che vorrei sfatare uno a uno, a beneficio di chi si approccia a questo mondo da zero. Difficilmente a beneficio di chi già c’è dentro, perché la presunzione etnocentrica di solito prende piede molto presto ed è difficilissima da sradicare.
Il primo mito riguarda la medicina stessa: no, non è una panacea per tutti i mali; no, non è sempre vero quello che ti mostra durante le visioni; no, non si cresce spiritualmente, e non si guarisce psicologicamente, soltanto per il fatto di bere ayahuasca, fosse anche centinaia di volte. L’ayahuasca è un faro, che punta la luce laddove il problema nasce alla radice, ma il fatto di averlo visto non significa automaticamente averlo risolto. Molti di noi ancora confondono la comprensione con la guarigione. L’ayahuasca ti offre grandi insight, ti regala un momentaneo – preziosissimo – sollievo dallo stress della vita, ma tutto questo è ben lungi dall’essere una cura.
Il secondo mito riguarda gli sciamani: no, non sono per forza delle brave persone; no, non basta essere un indigeno per essere sicuramente uno sciamano; no, non sempre gli sciamani indigeni, o cmq locali, sono migliori di quelli occidentali. Anzi, potrei dire che, nel mio lungo peregrinare, i migliori sciamani che ho incontrato sono stati quegli occidentali che hanno avuto la pazienza e il coraggio di sottoporsi all’apprendistato indigeno e poi hanno unito alle conoscenze sciamaniche la loro integrità ed etica occidentale. Etica che difficilmente trova posto nella cultura della giungla.
Il terzo mito riguarda la nostra scienza: no, non è detto che perché uno ha una laurea in chimica o in biologia, o è un dottore, uno psichiatra o uno psicologo, ne sappia di più; anzi molto spesso un’eccessiva capacità di pensiero analitico e razionale sono un ostacolo per la comprensione di come davvero lavorano le medicine enteogene. Puoi aver scritto libri, articoli, papers, aver partecipato a conferenze, essere considerato un esperto in materia dal mondo occidentale e non capirci un accidente nella pratica.
Il quarto mito riguarda la sicurezza durante le cerimonie: non basta conoscere a menadito gli effetti collaterali e le controindicazioni mediche all’assunzione di ayahuasca, per saper garantire la sicurezza di un setting cerimoniale; nell’ayahuasca sono implicati fattori energetici e spirituali che non possono essere arginati e controllati se non attraverso la capacità di manipolare l’energia che si acquisisce con un apprendistato sciamanico. Sorvolare su questo aspetto perché non è scientificamente misurabile o non è concretamente protocollabile è da sconsiderati, in quanto l’aspetto energetico/spirituale è la vera peculiarità del lavoro con l’ayahuasca; se non lo sappiamo maneggiare, curare e contenere, non dobbiamo semplicemente servire questa medicina, non ci sono attenuanti. E non è che se, apparentemente, non succede niente “di male” durante la cerimonia, allora non successo niente di male “tout court”, perché gli effetti di un’intrusione energetica sono così imprevedibili e a lungo termine che è molto difficile, col senno di poi, riuscire a metterli in correlazione con il momento esatto in cuisi è verificata la causa.
Il quinto mito riguarda la quantità e la qualità delle medicine che si assumono durante i ritiri: no, non è sperimentando il maggior numero possibile di medicine diverse nel minor spazio di tempo possibile che si guarisce più in fretta; ayahuasca, yopo, bufo alvarius, rapé, kambo, funghi, iboga… a volte mi sembra che vengano usati come un grande minestrone dove il criterio è ’ndo cojo cojo. Così, se non ti fa effetto l’ayahuasca, magari ti farà effetto il bufo alvarius, e nel caso in cui neanche il bufo ce la fa, perlomeno ti fai una bella vomitata col kambo e qualcosa te lo porti a casa. Tutto perché, di fatto, non si conosce bene nessuno dei rimedi che si offrono e si spara a caso nel mucchio; quando si ha la conoscenza vera di uno solo tra questi rimedi, il suo uso da solo è già più che sufficiente.
Come accennavo prima, per chi ha una vera conoscenza delle piante di potere la vera cura non passa attraverso la loro assunzione, esse sono più che altro un microscopio che serve a mettere a fuoco il problema e a indagare la sua possibile cura; cura che poi viene somministrata al di fuori del setting cerimoniale e solitamente richiede molto tempo, molta dedizione e un follow up che non si limita all’essere ricontattati a distanza di mesi o di anni, solo per riempire i questionari statistici che servono a verificare la permanenza dei “risultati” ottenuti in una settimana di delirio.
Ma tutto questo, nei moderni “centri” per i ritiri di ayahuasca, non ce lo si può permettere. Il gringo – che siamo noi – deve essere spremuto il più possibile in quei sette/dieci giorni che la vita occidentale gli concede di vacanze all’anno, quindi l’effetto centrifuga è quello che garantisce al meglio la sua soddisfazione. La sensazione che “qualcosa è successo”, che sia valsa la pena di aver pagato fior fiore di quattrini per aver passato notti e giorni immerso nella foresta a combattere contro l’umidità e le zanzare, va garantita.
Centinai di centri di medicina “tradizionale”(?)
Al giorno d’oggi sorgono, solo nel territorio di Iquitos, oltre cento centri di “medicina tradizionale”, che di tradizionale non hanno proprio niente.
I centri sono spesso condotti da occidentali che assoldano sciamani indigeni o mestizos su cui non sono in grado di esprimere un giudizio di valore – perché solo uno sciamano può riconoscere un altro sciamano – cadendo quindi spesso vittime delle loro reti da pesca sciamaniche, che essi tessono con legami invisibili (amarres) per assicurarsi il pane quotidiano. Questi occidentali diventano i servi inconsapevoli di brujos senza scrupoli, mentre sono convinti di stare facendo il bene del mondo.
La tradizione dell’ayahuasca è stata irrimediabilmente alterata dall’incontro con l’occidente; prima della colonizzazione veniva utilizzata all’interno di un ristretto sistema sociale, quello del villaggio, del pueblo nella foresta, al servizio della comunità e del senso di appartenenza. Gli sciamani erano spesso gli unici che ne facevano uso, dopo aver superato anni di apprendistato, fatto di molte prove e sacrifici. Questo non li rendeva dei santi ma li rendeva “capaci”.
Oggi l’ayahuasca viene bevuta da chiunque, durante le cerimonie, e tutti siamo “incapaci” quando ci approcciamo a questo volo della coscienza, perché i nostri corpi sottili non sono abituati a muoversi in quelle dimensioni, siamo come dei neonati che muovono i primi passi.
Quando uno sciamano si trova a gestire una cerimonia di dieci, venti, trenta persone che non hanno alcuna preparazione e alcuna pulizia pregressa, nello spazio energetico aperto dall’effetto della bevanda si scatena un vero e proprio inferno. Un solo sciamano non può materialmente essere in grado di gestire tutto quello che si muove nella maloca in queste condizioni, e il più delle volte infatti, non lo fa. Ma nessuno lo sa.
Questo anche perché quello dello sciamano è un lavoro ingrato, pesantissimo, faticosissimo e rischiosissimo. Agli occhi esterni sembra che si tratti solo di cantare qualche canzone e fare qualche gesto scenografico ma, nel sottile, quel canto e quei gesti, se reali, sono l’equivalente di spostare macigni e intraprendere lotte titaniche con forze antagoniste che fuoriescono dai corpi dei pazienti.
Sono pochi gli sciamani che fanno veramente gli sciamani durante una cerimonia di ayahuasca, o perché non lo sanno fare o perché il gioco non vale la candela, tanto nessuno se ne accorge.
E così si genera il caos. Gente che urla, che si dimena, che corre e scappa via nella foresta, che sbatte la testa sul pavimento in preda al panico e mena calci e schiaffi al vento per difendersi dai suoi stessi demoni interiori, che appaiono esteriorizzati.
Tu lo chiami somatic release; io lo chiamo incapacità di gestire lo spazio.
I paroloni non servono nel mondo delle medicine ancestrali, servono la competenza e l’umiltà di ammettere di non sapere.
L’ego non è benvenuto in questo regno, come non lo sono le statistiche.
Una statistica non potrà mai cogliere i residui spirituali di una notte in cui si è scatenato il caos e chissà quali parassiti energetici si sono infilati nel corpo astrale delle persone; una statistica potrà rilevare che alcuni sintomi, legati a questionari standardizzati su parametri della medicina occidentale. sono diminuiti; ma l’ayahuasca e le medicine enteogene lavorano in dimensioni che la scienza medica occidentale non conosce e non misura.
Non si può lavorare con l’ayahuasca cercando di togliere di mezzo l’aspetto energetico e spirituale, è un totale nonsenso.
In questo ci stiamo comportando proprio come dei bambini incoscienti. Stiamo copiando delle forme e dei rituali solo nel loro aspetto esteriore pensando ingenuamente che questo basti a replicare l’effetto che essi fanno quando non sono solo vuoti simulacri. Sarebbe come se un indigeno, dopo aver visto un’operazione chirurgica, pensasse di poterla replicare imitando i gesti e le posture dei chirurghi e degli infermieri. Magari per qualche intervento di più lieve entità gli può anche andare bene ma, senza sapere a cosa servono tutti quei gesti – la pulizia degli utensili, l’uso dei vestiti verdi, il collegamento ai macchinari di monitoraggio – non potrà che, prima o poi, fare dei gran danni.
E magari non rendersene neanche mai conto, per via di quell’effetto a lungo termine di cui parlavo prima.
Un caso emblematico
Di recente una donna statunitense, che seguo da diversi anni sui social, ha raccontato di essersi allontanata dal mondo dell’ayahuasca spiegando il perché della sua scelta; dopo aver speso molti anni nel cammino di apprendistato e dopo aver passato gli ultimi cinque anni a lottare contro un cancro, solo recentemente si è resa conto che l’origine della sua malattia risaliva a una particolare cerimonia svoltasi all’inizio del suo cammino, quando, inesperta e fiduciosa, era capitata tra le grinfie di un brujo che le aveva gettato contro una maledizione.
Per quanto possa sembrare fantasiosa questa ricostruzione – ed è proprio questo nostro negazionismo che ci rende così vulnerabili – per via delle esperienze che ho vissuto anch’io in prima persona devo purtroppo ammettere che c’è una grande possibilità che tutto questo non sia frutto della sua fantasia o delle sue proiezioni.
Ma andatelo a dire a quello che fa le statistiche.
No, il mondo della medicina non è quello che sembra.
Oggi più che mai è popolato di sciamani senza scrupoli che spremono occidentali incoscienti, e occidentali gonfi d’ego che sognano di curare il mondo a suon di cerimonie.
Non so se tutto questo abbia un senso, a volte mi dico che tutto ha il suo posto nell’universo e magari davvero tutto questo serve a qualcuno.
Ma qualcosa mi dice che in futuro, persino nei paesi dove oggi sembra impensabile, avverrà una regolamentazione restrittiva nei confronti dell’ayahuasca, se le cose vanno avanti così, perché non siamo capaci di far tesoro della libertà.
E se il mio intuito non mi tradisce, come venti anni fa, quando nella mia tesi di laurea preannunciai che gli psichedelici sarebbero tornati in auge – e così è stato – stavolta spero davvero di sbagliarmi.
cover: Pixabay

Si laurea in Sociologia nel 2001 alla Sapienza di Roma, con una tesi sull’uso contemporaneo di sostanze psichedeliche. È ricercatrice spirituale dal 2004 e apprendista di medicina tradizionale amazzonica dal 2017. È autrice della trilogia autobiografica “Storia d’Amore e d’Ayahuasca”.


Molto interessante il suo articolo e sono pienamente d’accordo con quanto da lei scritto. Ha menzionato il suo scritto autobiografico che sicuramente acquisterò.
Sarei interessata anche ad sue altre pubblicazioni. Me le può citare gentilmente per poterle leggere?
I miei complimenti per la sua testimonianza per il suo dire e per aver aperto gli occhi ai tanti sprovveduti che si avvicinano a questo mondo.
Buonasera Carla, grazie del suo apprezzamento. Attualmente altre pubblicazioni cartacee oltre a quella già citata non ne ho, ma ci sono numerosi articoli sia su questo blog che su altre testate online.
Ad esempio c’è questo moto recente sul blog di Spazio Interiore: https://www.spaziointeriore.com/casaeditrice/piante-maestre-e-saggezza-indigena/
E ce n’era un altro più generico di qualche anno fa su una testata indipendente: https://www.ultimavoce.it/ayahuasca-rischi-potenziale-terapeutico-intervista/
Mentre qui trova tutti gli articoli scritti da me per questo blog: https://www.ayahuasca-info.it/?s=Simona+Adriani
Grazie e buona lettura.
Simona Adriani